1975 – 1984. ARTE NEL SOCIALE: città, comunità, territorio


Catanzaro

Gruppo Mauthausen / Alternativa di Gruppo

Il Gruppo Mauthausen nasce a Catanzaro all’inizio degli anni Settanta (inizialmente con il nome “Gruppo IV Marzo”) con happening che portano la pittura in strada, tra la gente. Mostre improvvisate in luoghi pubblici e centri commerciali trasformano la città in un laboratorio aperto, rovesciando le distinzioni fra arte “alta” e cultura popolare. L’obiettivo è chiaro: intervenire direttamente sul territorio, superando l’idea di mostra come evento chiuso ed esclusivo, per trasformarla in processo condiviso. Dopo l’esperienza urbana, il gruppo approda, nel 1974, al Salone della Provincia con una grande installazione collettiva multimediale composta da manichini anonimi, gabbie, trincee di filo spinato, filmati sul Vietnam e Hiroshima. Lo spettatore diventa, in questo modo, parte di un percorso immersivo e perturbante che denuncia violenza e alienazione.
Accanto alle azioni, il gruppo elabora anche riflessioni teoriche, diffuse tramite manifesti ciclostilati che parlano di un’ “alternativa”: al provincialismo e all’abbandono culturale, all’arte elitaria da salotto e alla competizione individualista. L’arte deve tornare ad essere esperienza corale, politica, capace di parlare all’altro e di incidere sul reale.

Franco Magro e Mario Parentela

Negli stessi anni, a Catanzaro, emergono le esperienze di Franco Magro e Mario Parentela. Magro rende la cancellazione di segni nell’area urbana uno strumento di riflessione sulla città. Nel suo lavoro la tela, sovrapponendosi ad altri segni, come scritte murali e manifesti, senza però coprirli completamente, perde la funzione di supporto e diventa un mezzo per interagire con l’ambiente urbano. In occasione del Manifesto-Mostra n. 1 (1975), affigge cinquecento manifesti in tutta Catanzaro: l’immagine scelta – un “modulo” geometrico ricorrente nel suo linguaggio, fotografato sopra un cumulo di rifiuti – denuncia il degrado urbano e rovescia i codici della comunicazione pubblicitaria e politica.
Parentela, similmente, nel 1975 realizza i manifesti urbani Proposta per il restauro della Porta Marina e Operazione Teatro Comunale, trasformando l’arte in strumento di intervento diretto sulla città. Nello stesso anno gira, in collaborazione con Magro, il film EGO, un lavoro che denuncia i problemi cronici del tessuto urbano catanzarese, senza rinunciare a una forte tensione estetica.
Insieme, i due firmano anche azioni collettive come Operazione Boom (1978), una riflessione ironica sul terrorismo che rivela la capacità dell’arte di confrontarsi con i temi più urgenti del proprio tempo.

Cosenza

Contaminazione Urbana (1976)

A Cosenza il Centro R.A.T., in collaborazione con l’assessore alla cultura Giorgio Manacorda, dà vita al progetto di Contaminazione Urbana (1976), uno degli eventi più radicali della stagione che rende la città teatro di azioni, spettacoli, laboratori, occupazioni simboliche. Terreno di contaminazione fra linguaggi e persone, fra politica e arte, fra performer e cittadini.
Il momento più forte è l’arrivo del Living Theatre e della Comuna Baires, che portano a Cosenza il loro desiderio di liberazione collettiva.

  • La Comuna Baires, oltre a mettere in scena Water Closed (24 e 29 settembre) – uno spettacolo volto a narrare il processo di liberazione della vittima-operaio-ingranaggio da un sistema repressivo di codificazioni assolute e totalitarie – si impegna in attività laboratoriali che coinvolgono il pubblico in modo diretto;
  • Il Living performa L’Eredità di Caino, una trilogia di azioni attraverso cui si snoda una riflessione su vari aspetti della violenza – economica, politica, sociale – che impedisce alle persone di vivere liberamente. La compongono
    La torre del denaro (Piazza della Prefettura, 25 settembre), una rappresentazione simbolica della divisione gerarchica in cui le persone sono imprigionate dal capitalismo, le Sette meditazioni sul sadomasochismo politico (26 settembre) e i Sei atti pubblici (28 settembre), tutte azioni pensate per essere attivate per le strade della città e in luoghi significativamente legati al potere. Attraverso piccoli stratagemmi e discussioni collettive, il gruppo mira infatti a coinvolgere l’altro, chiunque esso o essa sia, in una riflessione collettiva. Ancora, attraverso laboratori pubblici e azioni come Love Play: Perché abbiamo paura della libertà sessuale? performata sul sagrato di una chiesa e nella piazza antistante, o l’adunata guidata lungo le mura della prigione per protestare contro il sistema, il Living stimola domande e risposte, instilla quesiti sulla libertà, sulla giustizia, sulla proprietà; riesce ad entrare in contatto con chi si trova nel margine sottile che separa e unisce chi vive e si muove dentro e fuori dal margine. Tale partecipazione si manifesta con forza anche durante la processione generata dai Sei atti pubblici, con gente che, accodandosi spontaneamente, attraversa la città come in una sorta di via crucis profana.
  • Lo stesso Centro R.A.T mette in scena, in vari punti della città, E vennero i giorni di Epidemia, una creazione collettiva, frutto di un lavoro d’improvvisazione e di training fisico-vocale sul tema della peste, che, come metafora sociale e culturale, diventa il punto di partenza per esplorare i conflitti interpersonali e collettivi generati da situazioni estreme.
  • Infine, nel mese di novembre e dunque nella fase finale di
    Contaminazione, dal lavoro congiunto del R.A.T., dell’assessore Manacorda, vicino all’ambiente romano del Beat 72, e di Giuseppe Bartolucci, nasce la prima rassegna, con spettacoli e interventi teorico-didattici, sulla cosiddetta
    Postavanguardia.
Il Living a Cosenza

La contaminazione si traduce anche in un gesto politico: l’occupazione dell’ex-Municipio, con l’idea di restituirlo alla città come centro di produzione culturale permanente. È un sogno che non si realizza, ma segna profondamente la memoria collettiva.

Gruppo Arte Insieme (1977)

Nel 1977 nasce a Cosenza il Gruppo Arte Insieme, formato dagli operatori culturali – termine preferito ad “artista”, considerato troppo elitario – Salvatore Anelli, Mario Del Vecchio, Mario Esposito, Franco Flaccavento, Enrico Meo, Franco Toscano e Tonino Sicoli.
Con seminari e incontri aperti a tuttə il gruppo sposta l’attenzione dal prodotto all’atto creativo, inteso come processo condiviso. La domanda di fondo è: Quale arte?. La risposta si cerca in una pratica creativa che non sia più fine a se stessa, ma che possa fungere da strumento di trasformazione del sociale;

Marginalia (1979-1980)

Marginalia sono le note a margine, gli appunti che accompagnano e integrano un testo. Marginalia è anche il nome adottato dal “gruppo” formato da Francesco Correggia, Luigi Magli, Rocco Pangaro e Giovanni Vatrella che ai margini geografici e sociali guarda come luoghi privilegiati di azione, spostando l’attenzione dal centro del mondo dell’arte ai suoi bordi, lontani dai circuiti istituzionali. Il lavoro di questi artisti si fonda su un’operatività che parte dai luoghi vissuti: borghi, spazi abbandonati, contesti periferici diventano campo di indagine critica e poetica. Emblematica in questo senso è la mostra Marginalia. Luogo/opera, opera/luogo (1980), allestita negli spazi in ristrutturazione del Municipio di San Lucido. Lasciati volutamente spogli e colmi di macerie, essi vengono trasformati in opera aperta, in cui il luogo stesso diventa parte integrante del discorso estetico e sociale, accompagnato da un manifesto programmatico diffuso come volantino ciclostilato.

Marginalia, Documento n. 2
Mail Art e Laboratorio di Poesia e Arti Visive

La mail art si pone come linguaggio capace di scardinare il sistema dell’arte tradizionale: bypassa gallerie, mercato e mediazione critica, ridimensiona il ruolo dell’autore e pone al centro la circolazione, la rete e la condivisione. L’opera smette di essere un oggetto unico da contemplare e diventa un segno in viaggio, un frammento che genera dialogo, uno strumento in grado di mettere in moto processi di comunicazione orizzontali. Così la pratica si carica di un forte valore politico, configurandosi come strumento di lotta culturale e sociale: un modo per opporsi alle logiche del potere e per aprire spazi di partecipazione.

In questo spirito nascono a Cosenza le prime rassegne di mail art a tema pacifista, come Ripensando alla mail art: verso un’arte dell’informazione. Progetto su pace, guerra e altro… (1984, Centro Studi Mancini), che intreccia la sperimentazione estetica con una riflessione collettiva sulla guerra, la pace e il disarmo nucleare, anche in dialogo con la marcia Milano-Comiso.

Il Laboratorio di Poesia e Arti Visive di Cosenza, attivo negli stessi anni, integra queste esperienze nel proprio percorso, facendo della mail art un tassello di un lavoro più ampio di attivismo estetico e politico, basato sulla relazione fra persone e linguaggi plurali e differenti.