Anni ’90: Arte come “interstizio sociale”


Dopo la stagione di impegno sociale e di sperimentazione comunitaria che aveva caratterizzato gli anni Settanta e, parzialmente, gli Ottanta, nell’ultimo decennio del secolo l’arte in Calabria si riapre a un terreno di condivisione e relazione. L’opera tende a dissolversi nella situazione, nel processo, nel rapporto con l’altro, spostandosi in spazi interstiziali e residuali: androni, case private, ex autorimesse, refettori abbandonati. Questi luoghi marginali diventano laboratori aperti, capaci di ospitare progetti temporanei, comunità provvisorie, pratiche artistiche intese come esperienze sociali e relazionali.

Work in progress (1990)

Nel settembre 1990 avviene un incontro del tutto casuale: Mario Parentela conosce a Catanzaro l’artista americano Daniel Di Pierro, capitato per caso in città. Da quell’incontro nasce Work in progress, un’iniziativa durata due giorni e realizzata nell’androne di un palazzo nei pressi dell’abitazione di Parentela.
Pur non condividendo una lingua comune, i due riescono a dare vita a un dialogo fatto di gesti e materiali che si apre presto al coinvolgimento di abitanti, passanti e ospiti. Gli elementi raccolti sul posto – mattoni, pietre, vecchi manifesti, contenitori di plastica e lattine – vengono utilizzati per creare composizioni disposte a terra, mentre ringhiere e serrature diventano superfici per realizzare disegni con la tecnica del frottage. L’evento, di cui resta testimonianza video, si configura come una performance spontanea e collettiva: un’esperienza in cui l’arte diventa occasione di incontro e metafora della possibilità di comunicare oltre ogni barriera.

Oreste (1997-1999)

Oreste è una rete di artisti/e ed operatrici/ori culturali nata a metà degli anni Novanta con l’obiettivo di sperimentare nuove modalità di relazione e collaborazione, dentro e fuori i circuiti ufficiali. Cresce intorno a due residenze estive a Paliano (Oreste 0, 1997 e Oreste 1, 1998), trasformate in luoghi di vita condivisa, ricerca collettiva, discussione e produzione. Oreste non è un gruppo strutturato, ma un organismo rizomatico: una comunità temporanea che si estende attraverso incontri, pubblicazioni, workshop e convegni – fra cui Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? (Link, Bologna, 1997) – con l’intento di ripensare l’arte come pratica aperta, partecipata e decentrata.

È in questo contesto che si inserisce il nucleo cosentino, formato da Alfredo Granata, Claudio Angione e Luigi Cipparrone, entrato in contatto con Oreste grazie a Cesare Pietroiusti nel 1996, incontrato in occasione della XII Quadriennale di Roma. A partire dall’incontro a Bologna i tre artisti partecipano attivamente agli scambi e agli incontri della rete, fino alla Biennale di Venezia del 1999, intitolata dAPERTutto.
Qui, lo spazio Oreste del Padiglione Italia, non si presenta come ambiente espositivo con opere appese alle pareti, ma, bensì, come luogo attrezzato con computer, dispositivi multimediali, poltrone e tavoli, attrezzato per accogliere e facilitare dibattiti, proiezioni, performance e momenti di incontro. Una piattaforma relazionale, sempre attiva, gestita a turno dai membri della rete. È in questo spazio che il gruppo cosentino presenta Via – Ferrovie Silane, un progetto di residenza artistica pensato per rivitalizzare una tratta ferroviaria dismessa tra Cosenza e Camigliatello Silano. Prima ancora dell’evento veneziano, l’idea viene lanciata in maniera performativa il 12 giugno 1999 con una conferenza-stampa sul trenino della Sila: il viaggio stesso diventa un’opera, fatto di racconti, convivialità, degustazioni, intermezzi musicali e un video che documenta l’intero percorso.

Ospiti (1998)

Ospiti nasce nel 1998 dall’iniziativa di Alfredo Granata, che apre la sua casa-studio di Celico (CS) ad artistə attivi a livello nazionale. Il titolo della rassegna gioca sull’ambiguità della parola “ospite”, che indica al tempo stesso chi accoglie e chi viene accolto. Lo spazio domestico diventa così un “porto di mare”, metaforicamente collegato alla profezia di Gioacchino da Fiore, e si trasforma in residenza, luogo di incontro, scambio e creazione condivisa.
Ogni appuntamento prevede un doppio momento: una presentazione del lavoro dell’artista invitato e un’attività condivisa con la comunità, spesso con il coinvolgimento delle scuole del paese.

  • 7 febbraio – Cesare Pietroiusti: presenta le sue opere performative basate sullo scambio e sulla relazione di e per con gli altri, inaugurando il ciclo con un approccio dichiaratamente partecipativo.
  • 18 febbraio – Una mostra a casa di Alfredo: collettiva multimediale che riunisce quattordici artisti e artiste (fra cui Eva Marisaldi, Liliana Moro, Alessandra Spranzi, Veronica Guiduzzi Ogier, Giancarlo Norese). Le opere – video, installazioni, fotografie, gioielli e sonorizzazioni domestiche – trasformano ogni stanza in un dispositivo di fruizione e relazione.
  • 21 marzo – Giuseppe Mazzi o Massi: realizza un intervento site-specific sul pavimento a scacchi della casa, con coni colorati che evocano un test psicologico e una performance sonora orchestrata con l’ausilio di tredici pentole. L’esperienza viene ripetuta con i bambini della scuola elementare del paese.
  • 11 aprile – Josephine Sassu e Bruna Esposito: Sassu interviene nella stanza dei bambini con Sogni d’oro, lenzuola bianche che trasformano il sonno dei figli di Granata in atto artistico; Esposito presenta invece O lietto matrimoniale, un video intimo accompagnato da un rituale di preparazione della camera padronale.
  • 8 Maggio – Stefano Arienti: ospite e compagno di giochi della figlia di Granata, avvia con lei una serie di disegni che alimenteranno lavori futuri.
  • 6 giugno – Giulia Caira: rientrata a Cosenza dopo 23 anni, propone Mi ritorni in mente, proiezione di cento diapositive che attraversano la sua ricerca sul corpo e sull’autorappresentazione.

La rassegna si conclude nel segno della convivialità e della relazione: ogni residenza è stata insieme mostra, laboratorio e momento di comunità. Nel 1999 l’esperienza viene presentata nello spazio Oreste alla Biennale di Venezia come esempio di un’arte che nasce dall’incontro.